Questo è il modo in cui la vedo io

Ho sempre provato una grande soddisfazione a lavorare con le mani. In maniera completamente inconsapevole, i materiali con cui fare le cose hanno, fin dall’infanzia, occupato la mia attenzione perché erano il territorio fertile della curiosità. Questo aspetto è tuttora predominante nel mio modo di considerare il fare arte, è la caratteristica imprescindibile di coloro che considero artisti.

Con questo sentire ho cominciato a ritagliare, impastare la creta dei produttori di tegole, intagliare i pezzi di legno regalati dai falegnami, riempire con gessetti o matite i fogli di carta, ed è lo stesso sentire con cui ancora oggi esercito la mia curiosità.

Ho una grande ammirazione per gli artigiani, detentori del sapere sui materiali, sapere da cui gli artisti hanno tratto la maestria per essere considerati tali, prima dell’affermarsi della arroganza intellettuale di fermarsi alla sola produzione di idee.Per coloro che intraprendono un percorso personale per fare arte è raro trovare un mentore che gli faciliti il percorso di acquisizioni delle competenze che gli sono necessarie, e certo questo non avviene nei percorsi istituzionali delle accademie, dove, per esempio, nelle aule di pittura nessuno insegna più la composizione di una immagine, e neppure la tecnica, ma dove attraverso gli stimoli a ricercare è possibile sperimentarsi per acquisire ciò che serve, se gli insegnanti sono generosi.

Personalmente ho frequentato l’accademia di belle arti senza un adeguato percorso formativo, ed ho brancolato nel buio per quasi tre anni prima di comprendere come produrre una immagine che funzionasse, soprattutto nell’ambito dell’arte astratta, per poi scoprire come fosse la natura del funzionamento della visione che determinasse il funzionamento dell’immagine, nello stesso modo sia per una immagine astratta che per una figurativa, come per una inquadratura cinematografica o per una scena teatrale; questo nonostante una predisposizione al disegno che si è nutrito delle immagini delle opere figurative dell’arte fine Ottocento ed inizi Novecento.

Quale immagine realizzare, cosa dipingere, come farlo erano le domande a cui non sapevo dare risposta, a meno di riprodurre un oggetto o un modello che avevo di fronte. Prima della frequentazione dell’accademia la grafite delle matite 10B mi ha dato lo strumento per rappresentare le immagini che copiavo, con un procedimento che aveva nella macchia l’origine di tutto, senza perciò passare attraverso un disegno di insieme, con la immagine che cresceva espandendosi fino a raggiungere la dimensione finale. Il chiaroscuro modellava l’immagine senza alcun riferimento iniziale, come la creta restituisce l’opera attraverso un mettere e togliere che ha un senso solo ad opera finita.

Questa metodologia è valida ancora oggi nel mio metodo di dipingere, dove i contorni sono sostituiti piuttosto dal compenetrarsi dei margini delle macchie, e dove è l’insieme finale che giustifica l’immagine complessiva.

Le prime opere che funzionavano le ho prodotte con materiali secchi, matite colorate in luogo di quelle a grafite, sempre con la tecnica del chiaroscuro anche se attraverso la fusione di colori. Una metodologia ancora utile per il controllo del processo di creazione. In seguito, ho lasciato più spazio alla autonomia dei materiali che ho utilizzato.

Materiali, appunto; il cambiamento è partito casualmente, con il lavoro ed in seguito ad uno dei famosi stimoli di cui era prodigo il mio insegnante di pittura, cioè la produzione di una immagine in cui fosse protagonista l’ombra. Lavorare con i rotoli di carta da scenografia mi ha permesso di generare l’ombra attraverso la leggera trasparenza della carta bianca, cioè, lavorandola dal retro con colori di plastica per bambini, poi trattata con solvente in modo da entrare nelle fibre della carta e produrre alla fine l’immagine impalpabile di un’ombra sul lato opposto.

Lavoro da sempre su carta, anche ora che i materiali secchi sono stati sostituiti da colori ad acqua, ed utilizzo le caratteristiche delle diverse carte che utilizzo per produrre l’immagine, proprio perché la sua permeabilità all’acqua permette una preparazione del foglio attraverso il passaggio del colore dal retro dello stesso, senza la reale possibilità di governare tale passaggio perché ogni carta reagisce in modo diverso, sia in termini qualitativi, che quantitativi. La carta è un materiale vivo ed autonomo, è selettivo nel far passare colori diversi e si lascia attraversare in maniera disuniforme. L’effetto finale sul retro della carta è sempre un effetto nuovo e da scoprire ogni volta.

Cosa dipingere oggi non è un problema, perché alla fine è importante dipingere. Qualsiasi immagine che mi colpisce può essere l’origine di un lavoro, dove andrà a finire è solo frutto del processo, senza che lo stimolo iniziale sia di ostacolo. Conservo tutte le immagini che in qualche modo colpiscono la mia attenzione, perché evocano qualcosa che prima o poi, anche dopo anni, si manifesta, ed è allora che diventeranno lo stimolo iniziale di una opera.

Se si osserva la sequenza del mio lavoro negli anni è difficile trovare un filo conduttore nelle cose che ho dipinto. Ho vagato dall’astratto al figurativo e viceversa in più occasioni, e non mi considero né figurativo, né astratto; le dispute ideologiche non mi attirano, mi piace dare spazio a ciò che si presenta alla mia attenzione e che attira la mia voglia di fare. Il modo in cui lo faccio è l’unica continuità stilistica che mi rappresenta. Il segno per me non è mai rappresentativo, ma evocativo, che sia utilizzato in una opera figurativa o meno.

Lavorare su carte preparate con texture, derivanti dal processo descritto in precedenza, introduce un elemento di casualità che caratterizza fin dall’inizio l’esito del lavoro. La casualità diviene così un elemento fondamentale nel processo creativo caratterizzandone il risultato e le sue qualità. Il colore risulta sempre disuniforme, vibrato, definendo una indeterminatezza alla possibilità per l’occhio di chi guarda di fermarsi in un punto preciso, costringendolo così a spaziare muovendosi sull’opera senza consentirgli di catturarla se non nel suo insieme.

Non è possibile così per uno spettatore definire con un semplice sguardo ciò che vede, è costretto a prolungare la sua permanenza di fronte all’immagine e questo genera una sua partecipazione attiva alla definizione della stessa. È lo spettatore che completa con la sua partecipazione l’opera, ed è per questo che le mie immagini hanno sempre, volontariamente, un sentore di incompleto, indefinito.

Il percorso formativo di chi vuol fare arte, oggi, è un cammino solitario all’interno di un vastissimo campo di produzione, in cui sono dispersi gli elementi di un vocabolario necessario, ma che ad ogni occasione manifesta la caratteristica di essere sempre divergente; ogni vocabolo nuovo che hai cercato ti porta sempre lontano da dove pensavi di andare, e se non ne cogli la dirompenza il tuo percorso si ferma. Quella che era la bottega degli artisti in precedenza è ora una bottega virtuale, e non sei più tu ad essere accolto a bottega per formarti, ma sei tu che accogli i maestri che ti scegli per imparare grammatica e vocabolario.

Quando ti scegli un maestro, lui arriva con un bagaglio sempre nuovo per te, ed è un terreno da esplorare con attenzione ed umiltà per coglierne i doni. Scelto un maestro, per un po’ ti accompagna, e per te non si tratta di imitare, ma di cogliere dove ha seminato nel suo percorso, cosa ha raccolto e come puoi proseguirne la ricerca.

Personalmente mi è risultato utile invitare Matisse anziché Picasso, Paul Klee anziché Kandischi, Rothko anziché Pollock, ed anche Klimt,Hochney, Chuck Close. Sono loro che mi hanno insegnato in che modo comporre una immagine, piuttosto che affrontare una superfice colorata, e per ognuno di loro ho apprezzato la capacità di continuare a sperimentare e cercare nuove vie. Non avrei potuto imparare la composizione senza i paesaggi quadrati di Klimt, o il colore pieno di vibrazioni senza scoprire Rothko, la struttura che sostienel’immagine delle ricerche di Klee, e così via per ognuno di loro. Più li approfondisco e più sono carichi di doni.

Ci sono oggi una gran quantità di iniziative per permettere ad un artista di farsi conoscere, ma gli operatori di tali iniziative hanno finalità non convergenti con le finalità dell’arte. Sono pochissime le istituzioni che si occupano realmente di dove va l’arte, tantissime che operano per un provento nel campo dell’arte, ed istituzioni pubbliche che fanno da spalla a pochi operatori che garantiscono una buona risonanza. Nella realtà più che cercare di stupire gli spettatori non si fa, diseducando con la spettacolarizzazione i fruitori delle iniziative. Come artisti si è tentati di produrre blockbusters piuttosto che film d’essai, ma, a che pro?

Personalmente è più interessante fare per ciò che emoziona me, sia pure in maniera molto riservata; non sento il bisogno di mettermi in mostra sul palcoscenico, trovo più interessante entrare in relazione con chi mi scopre, magari in uno scantinato.