Il Maestro Patrizio Vellucci nasce nel 1948 ed attualmente si divide tra l’abitazione di Arcore e lo studio sito a Milano. Laureatosi in ingegneria intraprende con ottimi risultati la carriera professionale. Parallelamente alle proprie attitudini tecnico-scientifiche sviluppa una passione per le arti figurative, dedicandosi alla pittura e cimentandosi prevalentemente nei canonici generi del ritratto e della natura morta. Fra il 1982 ed il 1986 avrà modo finalmente di perfezionarsi accademicamente frequentando l’Accademia di Brera, ove si diploma in Discipline Pittoriche con il massimo dei voti. Dalla fine degli anni ’80 all’attività produttiva si accompagnano le prime partecipazioni a rassegne collettive e personali, fino all’abbandono delle mansioni manageriali per dedicarsi esclusivamente all’arte.
Sebbene il Vellucci si presenti prevalentemente come pittore non disdegna assolutamente altri medium come la scultura, la fotografia e la digital art; egli è un interprete assolutamente poliedrico, un visual artist. Nonostante una carriera lunga quasi mezzo secolo nel Maestro fluisce l’esigenza costante di mettersi alla prova con mezzi espressivi sempre diversi e avveniristici per il suo tempo, la sua arte non si limita esclusivamente ad essere emanazione della sensibilità o degli stati d’animo ma è una pura forma di comunicazione che attraversa trasversalmente i processi sociologici del postmodernismo. La sua pittura aderisce all’informale con frammentarie reminiscenze di figurativismo. Partendo da un genere tradizionale come il paesaggio il Nostro si lascia avviluppare dalla raffigurazione aniconica, che si concretizza nella predominanza della stesura coloristica a discapito del segno, quasi del tutto assente.
Diversi sono i maestri a cui il Vellucci si è consciamente o inconsciamente ispirato nella sua ricerca, uno su tutti appare manifesto: è il mondo naturale, più precisamente le mirabilia dei panorami montuosi e dei ghiacciai, le architetture perfette delle corolle floreali, ognuno di questi elementi è assorbito e interpretato mediante un colore liquido e morbido che invade il campo visivo dello spettatore senza indugiare sulla brutalità gestuale tipica dell’espressionismo astratto statunitense. Il tratto delicato lo accosta alle prime sperimentazioni astratte mitteleuropee del periodo interbellico in particolare a Paul Klee, con il quale condivide un’ispirazione dapprincipio paesaggistica che celermente si trasfigura in un tessuto scenico ricco di campiture nette e monocromatiche, scandite esclusivamente da rigidi vettori. Tale accostamento stilistico ci sovviene nell’opera Campi, all’interno della quale lo scorcio aereo di aree coltivate viene investito da un vigore espressivo dal retrogusto metafisico, caratterizzato esclusivamente da una lieve scansione segnica di dirompenze tonali dai colori vermigli.
Nelle opere più genuinamente informali l’autore realizza atmosfere rarefatte dai docili accordi cromatici, in esse traspare un moto di mesta pacatezza, suscitando nel fruitore sensazioni di meditazione intimista. li suo supporto preferito risulta la carta su cui dipana una tavolozza mansueta frutto di una commisurata diluizione dei pigmenti in acqua. Non vi è caos anche nei tessuti scenici più fantasiosi, ogni gesto è valutato, ogni pennellata non soggiace all’irrequietezza emotiva bensì è votata alla ricerca di armonici equilibri.
Se nella pittura è possibile dare un’ascrizione precisa ad un genere, nella scultura il Vellucci si concede una maggiore libertà nell’aderire a più canoni contemporaneamente. Nelle opere tridimensionali il Nostro non si rivela timoroso nell’oscillare fra classicismo e concettuale, dagli imponenti torsi dal sapore antico spazia a composizioni più vicine alla Pop Art. Fra le diversificate espressioni plastiche spicca Venere, rivisitazione novecentesca della Venere di Willendorf, forse il più noto fra gliidoli paleolitici celebranti il femmineo e la fecondità. Le voluttuose rotondità femminili trovano qui uno slancio ed un lirismo brancusiano. Nel secondo decennio del XXI secolo la produzione del Vellucci vira verso la digital art con esperienze visive caratterizzate dall’alternanza di foto e immagini sovrapposte al computer, tali lavori rimandando al movimento del Nouveau Réalisme sviluppatosi in Francia fra il 1960 e il 1970. Protagonista indiscussa è la figura umana, spesso “intrappolata” all’interno del reticolato in pixel del Codice Qr. Tale motivo ricorrente ha dato il via al progetto Mark?Question ossia la creazione di un personaggio virtuale, nel quale l’autore focalizza l’attenzione sul tema dell’identità, messo in pericolo dall’utilizzo, talvolta incontrollato, dei socia! network. Mark?Questzòn assurge a doppelganger digitale del Vellucci, sintomo di quella scissione identitaria dell’uomo del XXI secolo, diviso fra il quotidiano e la propria immagine di sé nel mondo informatico, il suo avatar.
Come egli stesso riporta “Oggi la necessità di avere un ‘immagine’ si è sviluppata in modo esponenziale. Farlo è alla portata di tutti. Con internet, è possibile una comunicazione tra individui che privilegia la conoscenza per immagini, astratta e sconnessa dai processi di conoscenza emotiva e sensoriale”, una critica non troppo velata, una volontà del Nostro a recuperare l’intimità fisica dei rapporti umani ormai depauperata nell’inflazionato uso dei social media.
