L’ARTISTA INGEGNERE O L’INGEGNERE ARTISTA
26/2/2010 – Ada Celico
Incontro Patrizio Vellucci e lui si presenta come ingegnere. Ho da sempre un sacro rispetto verso gli ingegneri e i medici. Forse perché queste due professioni mi riportano immediatamente a ritroso nel tempo, un salto di pochi minuti nei millenni, a riprova della relatività del tempo, e sono nelle Piramidi enormi dove medici e ingegneri hanno impresso i loro “atti fattivi”.
Persona schiva, dallo sguardo aperto. Patrizio parla poco, anche se ama parlare. Lo incontro in diverse mostre d’arte, qui a Milano, e piano piano scopro che lui è anche artista. Devo insistere, perché me lo ammetta. Devo chiedere, perché lui mi mostri le sue opere. Come un amante geloso le tiene al chiuso, e lo fa non per timidezza, forse c’è anche questa, né per insicurezza nei suoi mezzi. Lo fa forse perché il tempo di quelle montagne innevate presenti nelle sue opere di carta e acqua, opere liquide, dove lui non ha dipinto la neve, è un tempo eterno. Quello che si perde nelle suggestioni visive di uno spiazzo, che potrebbe essere la riva antistante a un lago, o il cratere di un vulcano spento. È quello stesso tempo che annega nelle acque casuali di alcune delle sue opere, e nelle stilettate di luce pastosa che penetra nella trasparenze dei suoi dipinti. Mi ci soffermo, mentre lui me le indica, non più geloso, alcune dal vivo, altre dallo sfondo di un computer. Appendo lo sguardo e ci rimango appesa. Immersa nelle suggestioni. Patrizio mi spiega la tecnica, il supporto della carta e la trasparenza dei fogli leggeri e colorati, che l’acqua trattiene e incolla sul foglio base, così che lui poi aspetta lo svelamento del risultato.
Ho quasi sempre utilizzato la carta come supporto principale perché è un materiale che, per le sue caratteristiche di composizione, vive di vita propria e si manifesta sempre diverso nella sua capacità di assorbire il colore.
Il suo utilizzo. quindi. introduce un elemento di casualità. come lo stesso procedimento che utilizzo nel preparare la base dell’immagine. Per me questa casualità è sempre stata fonte di meraviglia e ispirazione.
L’ingegnere che sonnecchia in quel momento nell’artista. ha tracciato segni precisi, linee, prospettive, ma il risultato finale è affidato alla casualità dell’arte che non è più imitazione della realtà ma ispiratrice e affermazione della stessa.
E’ molto raro che io utilizzi colori saturi. Trovo molto più intriganti colori anche intensi ma in grado di far emergere ciò che c’è sotto, ciò che c’e dietro l’immagine in primo piano.
E questa è una tensione che è presente nella mia vita. perché mi interessa vedere e comprendere le cose che ci sono oltre le cose che ci sembra di vedere.
È questo il famoso terzo occhio di ogni artista, del pittore, dello scultore, del poeta, la capacità di andare oltre, di spaziare lo sguardo oltre la chioma di un albero, per immaginarla e riprodurla, in un altro contesto, un altro spazio, un’altra storia.
Siamo nella straordinaria trasversalità dell’arte, che Patrizio condivide e applica.
Alcune cose che ho cercato di sviluppare nelle mie opere riguardano l’interesse per la decorazione, la vibrazione e la trasparenza del colore, l’arte della composizione: nella direzione di quest’ultima è stata illuminante la lettura dell’opera,” Il potere del centro”, di Arnehim, che mi ha insegnato come non ci sia differenza tra un’opera figurativa e una astratta, tra una scenografia e l’inquadratura di una immagine cinematografica, o la coreografia di uno spettacolo di danza.
Le regole della visione e quindi della composizione sono le stesse.
La casualità del risultato finale non è dunque casualità di intenti, quanto piuttosto una strana alchimia dove un sapere tecnico si mescola agli elementi fantastici dell’arte. Per sua stessa ammissione la produzione della Sezione Riflessi è funzionale all’interesse che Patrizio ha per la trasparenza.
Produrre un’immagine sulla quale puoi poggiare lo sguardo a profondità diverse, permette di spaziare “dietro”, perché è come se ci fosse sempre qualcosa di diverso in quel dietro.
L’immagine così diventa solo una prima immagine. Si può andare sempre più in là, perché niente di quello che si vede è conclusivo e concluso.
Per guardare questi lavori ci vuole tempo, perché la scoperta di sempre nuove immagini, di forme che prima non erano apparse o che prima l’occhio non aveva colto, richiede un’immersione, una partecipazione che non si sposa con la fretta.
Scrive Jeanette Winterson in L’Arte dissente: « L’arte richiede tempo. Non è facile riuscire a restare un’ora davanti a un quadro. Nei musei si tende a promuovere l’idea dell’arte come di qualcosa da consumare in fretta ».
Nessun’arte può essere consumata in fretta. Così mi soffermo, davanti ai quadri di Patrizio Vellucci, e scopro l’incanto. Un incanto che lui stesso mi conferma.
Anche le mie opere più figurative sono composte da segni evocativi più che descrittivi ed è più l’insieme dei segni, l’insieme delle trame a creare significati. Così come lo stratificarsi delle singole macchie genera pesi e volumi. Qualcosa che sembrerebbe concreto invece si snoda in una serie di suggestioni.
Nella sequenza delle rocce si è concentrato il mio interesse per il linguaggio della decorazione. La ripetizione e il ritma dei segni la sequenza delle trame. L’occhio vaga e poi ha la possibilità riposare sala sull’immagine complessiva.
Mi viene spontaneo chiedere a Patrizio quanto e se la professione di ingegnere abbia influenzato la sua arte.
Ho sempre pensato che sia stato il mio interesse per l’arte a influenzare la modalità con la quale facevo l’ingegnere. I miei progetti d’ingegneria erano guidati dalla ricerca di un effetto estetico sempre diverso.
E’ però anche vero che ho nella produzione dei miei quadri una grande attenzione alle strutture che sorreggano l’immagine, all’equilibrio delle tensioni interne che riporto nelle opere.
Poi è materialmente che costruisco queste opere, nel senso che non le creo di getto, e forse anche questo è da ingegnere.
Poi emerge l’artista che smentisce in qualche modo l’ingegnere
Nonostante il mio lavoro proceda in maniera lenta e controllata, ho sempre preferito il non finito rispetto al finito.
Trovo molto più stimolante vedere un’opera che lascia un margine di sviluppo per chi guarda.
Chi guarda quindi crea e ricrea. Attribuisce senso e significato. Non è forse così che l’opera d’arte può dirsi riuscita? Sia essa musica o poesia, pittura e quant’altro.
Si chiede sempre a un artista come si è scoperto tale. Quando ha capito che qualcuno gli aveva passato il testimone. Non glielo chiedo. Lui me lo esplicita spontaneamente, forse abituato a chi che da sempre glielo domanda.
Quando ho sentito l’esigenza di comprendere l’alfabeto e il vocabolario dell’arte moderna e ho iniziato il mio percorsa all’Accademia di Brera, la quantità di stimoli provenienti dalla conoscenza del lavoro degli artisti era persino dispersiva.
Ma il percorsa creativa di alcuni mi è servita per coagulare il mio interesse e a fare da motore alla mia ricerca.
In qualche moda Paul Klee, Matisse, Klimt, Mark Rathko sono gli artisti che più di altri e in differenti periodi hanno catturata la mia attenzione.
Nella genesi dell’arte e quindi di un artista, c’è sempre un La che dà l’avvio, una figura di supporto che inibisce o che permette al seme stesso dell’arte di attecchire e svilupparsi nell’animo del futuro artista
Ho iniziato a disegnare seriamente, anche se l’ho sempre fatta fin da bambino, solo quando al liceo scientifica il mia professare di disegno e storia dell’arte, il pittore Giancarlo Isola, mi ha chiamato da parte dicendomi che i compiti che lui dava da svolgere a tutti per me non valevano, e che da quel momento io doveva fare solo quello che desideravo fare perché mi piaceva veramente.
Ci spostiamo dalle opere ad acqua e carta nella Sezione Photo Collage. Esteticamente interessanti, ho bisogno che Patrizio mi spieghi. Questo per non rimanere in superficie. Perché se rimango in questa posizione mi basta l’effetto estetico. Intuisco che è meglio chiedere e capire. Scendere nel profondo, in modo da non perdermi nulla. Patrizio opera una sorta di spezzettamento delle foto, i cui frammenti poi ricompone, e qui l’ingegnere può dare del suo meglio, e affiancarsi all’artista. Li ascolto entrambi.
L’attenzione al frammento permette di privilegiare le vibrazioni che poi scaturiranno dall’immagine. Una sorta di sensibilità tattile e visiva che mi fa da guida nell’assemblaggio. Questo mi permette di far prevalere e di disseminare sentieri su cui lo sguardo degli spettatori si soffermerà, in modo da stimolare una partecipazione attiva. È dunque lo spettatore che completa con il sua sguardo l’opera.
C’è anche qui la mano di un maestro? Una figura guida?
Uno dei miei maestri è stato senz’altra David Hockey: la serie delle “paper pool” e i suoi studi sul cubismo attraverso i photo collages mi hanno insegnato molto. Ancora aggi di tanto in tanto vado a rivedere i suoi lavori perché imparo sempre qualcosa.
E’ così che ho iniziato i miei photo collages, è un po’ come disegnare con altri strumenti. A volte disegno affiancando le foto, a volte sovrapponendole.
Ogni volta la trama creata dai singoli tasselli costituisce la struttura che regge l’immagine.
Anche nelle opere di questo settore mi pare compaia il tuo gusto per la decorazione. L’attenzione al dettaglio, al frammento. Una sorta di prospettiva deformata e deformante, in alcuni casi, che però non allontana dalla realtà, anzi. la fa prismatica.
La decorazione è un elemento che ho scoperto importante nella produzione artistica ovviamente di Klimt, ma con diversi scopi anche nel lavoro di Klee e Matisse.
Nella sua ripetizione e capacità di creare ritmi, nella sua astrazione e indeterminatezza, non necessariamente portatrice di senso, risiede tutta la sua forza di creare struttura portante per l’immagine e nello stesso tempo tensione tale da spostare intensamente l’attenzione all’opera intera, al di là del soggetto, fino ai margini dell’immagine.
Ancora carta. anche nella Sezione Scultura. Carta e acqua, nell’impasto della cartapesta.
Polpa di carta, che Patrizio utilizza come fosse creta. L’idea visiva finale è proprio della creta, o del marmo, perché l’artista non definisce la materia, non la liscia, non la dipinge. Lascia, anche qui, spazio all’immaginazione del fruitore. Pone domande all’occhio di chi guarda. È marmo, è pietra? È creta?
È un materiale caldo e vivo, e una volta prodotta l’opera non smetto mai di prenderla tra le mani per accarezzarne la superficie.
Guardo dei corpi di donna. Un corpo di madre, disteso, con la rotondità della pancia su cui l’aria si posa leggera. A grandezza naturale. Poi altri corpi. non finiti. quasi mangiucchiati. Corpi anneriti alla base, come se il fuoco li avesse lambiti. Mi viene gioco forza chiedere a Patrizio perché questi corpi di donna li ha voluti così.
Con l’occhio di chi guarda e quindi ricrea. e dà una sua personale interpretazione, mi par di vedere su di essi posarsi la bellezza, la pesantezza, la leggerezza, l’usura, la tragedia della vita.
La danna incompresa è in quei corpi che il fuoco ha toccato senza distruggere, ho voluto rappresentare la donna incompresa. La donna-strega che veniva messa al rogo, perché sapeva di medicina e di arte, sapeva di parti e di sangue. una danna ai margini, perché nella centralità dei luoghi e della società, c’era l’altra, la donna “comune”. o comunque la donna che non si esponeva e dichiarava.
C’è un altro tuo lavoro. un’opera dove il corpo di donna sembra immerso in qualcosa di liquido. tanto che le gambe non si scorgono. Chi è?
Questa è una rappresentazione in antitesi con l’altra. È la donna che cammina nell’acqua. e questo le dà leggerezza. È la donna dell’armonia. quella a cui la vita permette di vivere in armonia.
Forse in queste opere, dove sembrano esserci più tipologie di donne, c’è in realtà la donna. Con la sua ombra e la sua luce. Il suo lato oscuro e quello visibilmente illuminato.
Antitesi apparente anche nella materia di cui sono fatte. Statue che sembrano di marmo. Pesanti. E invece sono corpi modellati con la polpa di carta. Anche qui illusione e realtà si fondono. Quello che immediatamente si vede non è. Il materiale non è il marmo, anche se lo sembra, il materiale è leggero, e ti vien voglia di soppesarlo per vedere se è così.
Elementi base che ritornano. Elementi plasmabili e plastici. Una bella testa di donna. Una testa grande, che colpisce. Chi è?
Qualche tempo fa mi è capitata di vedere su un settimana/e una foto del Premia Nobel per la Letteratura. Toni Morrison, e sano stato colpito così tanta dalla forza del suo viso che non ho potuto fare a meno di fare una serie di lavori utilizzando la sua immagine come ispirazione.
In questo sono un po’ un artigiano, ho il bisogna di produrre con le mie mani quella che mi appassiona.
Homo Faber, ingegnere, artista, Patrizio Vellucci si affida solo alle sue mani per creare le sue opere. Ammette che gli piace far tutto da solo. Non si avvale di collaboratori, nemmeno per la fase artigianale dell’opera. Anzi, egli ama proprio questa prima fase. La fase dove l’arte ancora non compare, o non si manifesta. Orgoglioso di sapere e volere fare tutto da solo, l’artista dichiara il suo amore per le albe, per la semina, per tutto ciò che viene prima del dispiegarsi dell’opera stessa.
Ada Celico, nata a Cosenza vive da alcuni anni a Milano. Critica letteraria. Docente di Scrittura Creativa. Curatrice di mostre e cataloghi d’arte. Ha tenuto seminari di “Scrittura creativa” e di “Scrittura del sé”, presso enti e associazioni in Calabria, Lucania e Lombardia. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni su riviste letterarie e collaborazioni con quotidiani. Ha pubblicato, lo e le spose di Barbablù, Mursia Editore. 2010. Curatrice del volume, Giocare la vita – Vincere la vita, Atti del Convegno Internazionale, editore Franco Angeli, 2007. Autrice di, Una casa di carta per mia madre, Rubbattino, 2006: Il prato delle libellule, Pellegrini Editore,1884, premiato come opera inedita al concorso 11Un libro per la scuola”, Millelibri Mondadori, 1881: la, donna di Calabria, Santelli Editore 1880. Ada Celico è risultata tra 1 nuovi talenti nazionali “nel concorso “Scrivere” Fabbri Editori, 1887. Collabora con Nosside -Centro Studi Ricerca e Documentazione Donna, Università della Calabria, Arcavecata di Rende (CS)
